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Gli odori, in Occidente, stanno male, anzi, sono in fin di vita.

 

Sono ben note, agli scienziati, la tenacia e l’inconsapevolezza della memoria olfattiva. Un odore si fissa, inconsapevolmente, nella nostra memoria, e lì rimane per tutta la vita, associando a sé l’ambiente circostante, i suoni, le parole dette ed ascoltate, insomma la situazione, l’episodio.

Dopo anni ed anni, risentiamo la zaffata di una particolare spezia di cui avevamo sentito l’odore camminando per un souk di Marrakech, o di Tunisi, e ci tornano in mente Piazza Djemaa-el-Fna o Rue Sidi Bou Mendil, nella Medina delle due città.

Sia nel mondo animale che in quello umano l’atto di annusare è strumento cognitivo prezioso e incomparabile, oltre che funzione biologica fondamentale. La memoria olfattiva è così potente e tenace che se ci è capitato di mangiare qualcosa che ci ha fatto male, il solo odore di quella cosa, per anni e anni, ci darà un senso di nausea.

Tutto ciò premesso, voglio parlare, oggi, della morte degli odori. Nella nostra cosiddetta civiltà si sentono sempre meno odori. Cominciai a rendermene conto nei tre lustri in cui ho vissuto e lavorato fra Mediterraneo, Vecchia Europa ed Australia .

Malta, Marocco, Algeria, Tunisia, Libya, Cecoslovacchia, Ungheria e Matraville, nel New South Wales, erano pieni di odori. Ma quando tornavo in Italia, o comunque giravo per le grandi città della Nuova Europa, quegli odori sparivano, e non ne sentivo altri di pari intensità. Sì, io giravo per porti, e lì ce n’erano (mi sovviene Pierangelo Bertoli, che cantava . . . cerco tra i profumi l'odore del porto . . .), ma per le strade, nei negozi, nelle case, nei bar, nelle chiese, sugli autobus, nei mercati (che già allora cominciavano a sparire), non ce n’erano, di odori intensi.

Oggi, in un supermercato, in mezzo a mille varietà di cibo, nessun odore. Non è solo questione di igiene e pulizia. La nostra cosiddetta civiltà ha come anestetizzato l’olfatto. La tendenza a coprire i cattivi odori con deodoranti e/o aromi ha favorito una vera e propria mutazione genetica. Avete presente la pubblicità di quel deodorante che dichiara che la molecola base del loro prodotto trasforma il sudore in sensazione di fresco e di pulito? Bhè, questa tendenza alla eliminazione degli odori alla fine è riuscita a cancellarne la maggior parte.

Sarà progresso? Sarà civiltà? Bbho! A me gli odori forti mancano.

L’odore di cavolo che usciva, come una nuvoletta di gas invisibile, da sotto i portoncini di ingresso degli appartamenti, se salivi le scale di un condominio, o dalla fessura di una finestra semiaperta di un appartamento al piano strada; o quello, verso mezzogiorno, di ragù; ma anche quello delle botteghe degli artigiani, anch’esse al piano terra: l’odore di pece quando passavi davanti ad un calzolaio, quello del mastice quando passavi davanti ad un gommista; quello, immondo, delle pelli accatastate, proveniente dal magazzino di una conceria artigiana. E, perché no, quello degli escrementi delle mucche al pascolo, grandi, circolari, che venivano raccolti e messi ad essiccare, per diventare poi, d’inverno, combustibile per le stufe. Non voglio divagare, ma vi è capitato di vedere le deiezioni delle vacche di oggi? Sono innaturali nell’aspetto e nauseabonde all’olfatto; proprie di chi non pascola più, ma vive tutta la sua breve esistenza in meno di quattro metri quadrati, legata ad una catena lunga ottanta centimetri, nutrita con mangimi a base di farine di pesce.

Ero a Palermo, qualche mese fa, per lavoro. Sono andato al mercato di Ballarò solo per godermi quel tripudio di colori, di suoni e di odori. Ho girato un paio d’ore, poi sono tornato in hotel. Comfort moderno, eleganza, wi-fi, etc. etc., ma, dopo Ballarò, una puzza di pulito davvero nauseabonda!

 

SierraTango

 

26 settembre 2014

 

 

 

 

Sierra Tango

 

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